giovedì 13 gennaio 2022

5. Sciamani


 

Sciamani







A proposito di Natura, sembra sia trascorso un secolo da quando Eloisa ha compiuto il viaggio in Perù che le ha consentito di conoscere persone straordinarie, dalle grandi capacità terapeutiche: veri e propri sciamani. Non sapeva allora come un uomo potesse, nel corso della sua breve esistenza, raggiungere tanta saggezza e profondità al punto da poter entrare in sintonia con uno sconosciuto ed aiutarlo in modo tanto potente nel processo di guarigione. Le era stato spiegato – e lo aveva accettato senza dubitare – che uno sciamano, con la morte fisica, non dissipa le conoscenze acquisite, perché il corpo fisico è soltanto il primo livello, quello del serpente, ma ce ne sono altri tre: il livello del giaguaro, quello del colibrì e quello dell’aquila. Nel secondo livello risiede la mente, con tutti i sentimenti, le emozioni, che determinano i procedimenti biochimici del corpo fisico orientandolo verso la salute o la malattia. Quello del colibrì è il livello del sacro, dell’anima, da cui scaturiscono la creatività, l’immaginario, la poesia, i rituali che indirizzano la mente, la quale a sua volta determina lo stato del corpo fisico. Infine il quarto livello, quello dell’aquila, è il mondo dello spirito, dell’energia, dell’Uno che tutto comprende. Così almeno aveva inteso Eloisa, cui il linguaggio sciamanico giungeva talvolta in tutta semplicità, talvolta come avvolto da una simbologia complessa. L’aveva accolto ed accettato senza battere ciglio. E da allora le era ben chiara la potenza della visualizzazione, della preghiera, del sogno, quando si trattava di operare per la guarigione, perché lo sciamano operava non sul primo né sul secondo livello, mentre i medici che aveva conosciuto fino ad allora operavano su quello del serpente. Si era fatta uno schema, una specie di disegno che la guidava.

Lo stato percettivo del colibrì viene associato con l’anima, la quale è consapevole che in noi risiede lo Spirito. […] Questa percezione avviene quando siamo in uno stato di sonno leggero e sogniamo oppure, più semplicemente, lasciamo correre la fantasia. Si tratta di uno stato profondamente creativo: le idee che ci sfuggivano nelle ore di veglia ci appaiono in forma simbolica. […] Al livello del colibrì osserviamo ciò che non possiamo percepire al livello della mente (giaguaro) o dei sensi (serpente); percepiamo la perfezione perché comprendiamo il modo in cui eventi e situazioni differenti si intrecciano in uno splendido arazzo.” (2). Mentre rilegge le parole di Alberto Villoldo, Eloisa sente che le sue capacità di creare attraverso la visualizzazione sono intatte. Ma non ha nulla da aggiungere alla sua realtà. Guarda il cellulare che è in modalità ‘silenzioso’, come sempre quando non vuole distrazioni, e prova un impulso ad accenderlo. Si prende un minuto per ‘staccare’, poi si alza e va a ripristinare la suoneria. Non passano dieci secondi che arriva la chiamata di Anna.





(2) Alberto Villoldo, Padroni del sogno. Come gli sciamani creano il mondo sognando. Edizioni L’età dell’Acquario, 2017


domenica 2 gennaio 2022

4. In camper


In camper







 

Avvolto ben stretto nel mio sacco a pelo, sulla sabbia morbida, sento le onde che s’infrangono a pochi metri da me. Ho un piccolo camper, attrezzato con il minimo indispensabile […] Mi sento totalmente libero. La felicità che provo viene da me, da dentro, e non dal luogo in cui mi trovo. Il mio spirito, però, appartiene a questo posto: sono circondato dalla natura, su una spiaggia deserta, con dei vicini deliziosi che credono nelle stesse cose in cui credo io. Nient’altro.” (Sergio Bambarén, I sogni dei bambini, Sperling & Kupfer, Milano, 2011, pag. 111)

 


 

 

Quando aveva poco più di vent’anni e frequentava l’università, proprio nel cuore dell’inverno, Anna si era sentita proporre da suo padre un viaggio in camper lungo la costa del Mediterraneo fino all’Andalusia. Era per lei un’esperienza nuova che accettò con entusiasmo subito dopo aver preso atto che sarebbe uscita dalla stagione fredda ritagliandosi un periodo di sole-mare-azzurro che le piaceva tanto. Era gennaio e già la Catalunya li accolse con un tepore piacevole: Tossa de Mar era in fermento e la strada di costa piena di ciclisti! Le tappe furono numerose, accompagnate sempre dal sole, anche se le pozzanghere stavano ad indicare che la pioggia era passata di lì. Alcune città si preparavano per il Carnevale con un ricco programma, ma queste attrazioni non erano per loro. Si fermarono a lungo, invece, nel parco naturale di Cabo de Gata, dove non c’erano quasi tracce di urbanizzazione e le greggi pascolavano tranquille sui terreni aridi e sabbiosi. Ad Anna tornò anche la voglia di disegnare, oltre che di fotografare, perché il vento aveva eroso le dune costiere creando spettacolari figure. Comparivano qua e là mulini, rigorosamente bianchi col tetto grigio, e borgate di piccole case chiare che parevano disabitate tanta era la quiete. Vivere sul camper, proprio di fronte al mare, la faceva davvero sentire privilegiata.

 


 

Probabilmente quell’area risultava così tranquilla perché l’inverno e l’obbligo scolastico tenevano lontani i turisti. Gli altri camper, che arrivavano e partivano con discrezione, erano quasi tutti provenienti da paesi del Nord Europa: coppie prevalentemente di mezza età, talora con uno o più cani.

Durante un’escursione Anna era rimasta colpita da un cartello che metteva in guardia i bagnanti dal pericolo delle correnti marine, che, incontrandosi in quel punto, rendevano difficoltoso il recuperare la rivaNon aveva mai pensato che il Mediterraneo potesse nascondere pericoli. Tuttavia era consapevole della forza della Natura, che da sempre sorprendeva l’uomo prima perché non era abbastanza preparato per affrontarla e più recentemente per i cambiamenti climatici. In un modo o nell’altro la natura poteva essere sorprendente tanto nella meraviglia quanto nel pericolo. Tuttavia poteva donare esperienze stupefacenti a chi era in grado di coglierle. Anna, nei suoi appunti, iniziò ad usare la maiuscola: Natura.



 

3. Filastrocca


 

Filastrocca





Quel bambino biondo le ricorda il periodo in cui ha accudito il cuginetto: pochi mesi in realtà, mentre la mamma terminava il dottorato, ma talmente intensi ed emotivamente importanti da costituire un punto di riferimento ed una esperienza unica. Erano bastati alcuni giorni trascorsi con quell’anima semplice, sincera, ricca e trasparente perché sentisse un legame forte, come mai avrebbe immaginato. Ne era persino spaventata dal momento che conosceva già il finale di quel rapporto: ognuno sarebbe andato per la sua strada. Ma intanto come non godere dello stupore, delle scoperte, della libertà di cantare, recitare filastrocche, disegnare, raccogliere, osservare, toccare, trasformare, costruire, abbracciare… azioni che le sarebbero sembrate banali se non le avesse compiute leggendo negli occhi del bambino la meraviglia, la presenza, la consapevolezza.

Accarezzare il cane suscitava un profondo senso di empatia e fiducia, condivisa dall’animale che diventava tappeto di gioco, caldo cuscino e guardiano. I suoi occhi dicevano: “Ci sono io: puoi fare quello che vuoi, io ti risponderò solo con amore”.

Un giro in bicicletta si trasformava in un’avventura alla scoperta del vento, del fiume, dei fiori, delle foglie… della primavera. L’estate aveva portato anche i giochi con l’acqua, il camminare scalzi sentendo l’erba, i sassi e la terra sotto i piedi. L’autunno aveva portato via tutto: Barbara era tornata ai suoi studi ed il piccolo alla nuova babysitter trovatagli dalla mamma nel paese di residenza.

Ecco che il bimbo biondo si avvicina.

Come ti chiami?”

Barbara. E tu?”

Leonardo. Hai una caramella?”

Non so… posso guardare, ma sei sicuro che la mamma sia d’accordo? A volte i genitori proibiscono di accettare caramelle dagli estranei.”

Guarda, la mia mamma è seduta laggiù! Sta chiacchierando con la mamma di Stefania. Se vuoi posso andare a chiederle il permesso di mangiare una caramella tua.”

Ecco le caramelle, finalmente! Ma non so se ti piaceranno… io ho gusti un po’ particolari e mangio caramelle senza zucchero.”

Mi piacciono tutte, stai tranquilla.”

Allora ti accompagno e chiediamo insieme il permesso. Passiamo di qui, così non disturbiamo l’allenamento.”

Sei tu la mia allenatrice?”

No, io mi occupo delle ragazze un po’ più grandi. Forse lo sarò nei prossimi anni.”

Sono contento. Mamma, posso mangiare la caramella che mi ha dato Barbara?”

Poi torna indietro, le fa segno di abbassarsi, l’abbraccia e corre via.

Barbara sente una filastrocca che fa: “Stella stellina la notte s’avvicina, la fiamma traballa, la mucca è nella stalla, la mucca e il vitello, la pecora e l’agnello, ognuno ha il suo piccino, ognuno ha la sua mamma e tutti fan la nanna”. Viene dal cuore.





2. La donna


 

La donna





Cerca Camilla presso la scuola in cui insegna, l’anziana signora che si affaccia alla segreteria con qualche incertezza, anche se l’aspetto elegante e disinvolto rivela un carattere determinato. Chiede che le sia recapitato un messaggio ed esce dirigendosi verso una caffetteria. Le ha dato appuntamento per l’ora di pranzo perché l’ha già vista seduta dietro quella vetrata da sola o in compagnia.

Desidero parlarti dell’incidente in cui è rimasto coinvolto tuo padre”. La firma, semplicemente: Emma. Ormai sono trascorsi dieci anni e non c’è rancore né odio nel cuore di Camilla per quella donna che ha appena intravisto. La raggiunge con altrettanta schiettezza e trasparenza. Le stringe la mano e accetta di ascoltarla.

Ho conosciuto tuo padre sui banchi del liceo. Tu, che sei insegnante, hai di fronte ogni giorno ragazzi che si cercano, si allontanano, creano una sorta di complicità oppure si detestano solo perché diversi per carattere. Noi, tuo padre ed io, abbiamo avuto una storia: un amore adolescenziale che è terminato con l’anno scolastico. Poi ho cambiato scuola. Mio padre lavorava in Questura ed era soggetto a trasferimenti, quando non ne faceva richiesta per motivi personali. L’essere trapiantata in una nuova città, dove non conoscevo nessuno, ha causato in me un periodo di tristezza profonda, di abbattimento, che mi ha tolto la gioia di vivere: mi sentivo sfibrata, stanca, priva di ogni energia, e trascorrevo le mie giornate chiusa in casa. Il quartiere in cui vivevamo non aiutava, così, divenuta maggiorenne, ho deciso di interrompere gli studi e trasferirmi all’estero. Mia madre, che aveva capito, mi sostenne e si scontrò con mio padre aiutandomi ad uscire da quella condizione di empasse: mi sentivo come se le sabbie mobili fossero sul punto di inghiottirmi. Una volta trasferita a Londra ho conosciuto un gruppo di ragazzi che lavorava per Padre Nicolò Ellena, fondatore di una missione in Repubblica Centrafricana.

Aiutando gli altri, senza dubbio in condizioni peggiori delle mie, ho ritrovato me stessa.

Ormai avevo trent’anni. Tuo padre ha collaborato spesso con noi: ci siamo incontrati più volte – mediamente un paio di volte l’anno – e c’è stata tra noi la complicità che può esserci solo tra persone che si conoscono da una vita. Tua madre sapeva di me, ma non ha mai voluto conoscermi. Semplicemente non facevo parte del suo mondo. Certamente ogni volta che sono tornata in Liguria, dove collaboro con il Convento di Monte Carmelo a Loano e il Santuario di Gesù Bambino di Arenzano, che sostengono le missioni della Repubblica Centrafricana – avrai sentito parlare, forse, di padre Aurelio Gazzera a Bozoum e delle sue battaglie – ho telefonato a tuo padre e gli ho chiesto la sua cooperazione. Non sai quanto possono fare persone come lui, come te, persone che hanno delle competenze specifiche, per associazioni che sono prive quasi di tutto.

Quell’incidente è stato davvero strano: un’auto bianca, credo un’Audi, ci ha affiancati più volte, poi improvvisamente ci ha chiuso la strada obbligando tuo padre a puntare dritto contro il guard rail. E’ possibile che siamo stati scambiati per altre persone. Non ho mai capito che cosa sia successo. Il resto lo sai.”


1. The Flow


 

 

The flow







Sentirsi nel flusso – in the flow, dice il maestro – sembra non sia solo respirare con l’oceano, muoversi leggeri nel vento, radicarsi alla terra… è ancora di più: è diventare il ciclo dell’acqua, sentirsi evaporare, affidarsi all’aria che compone e scompone le nubi, addensarsi nelle vallate o attorno alle cime dei monti in nuvoloni sempre più densi che riversano le gocce sulla terra, rotolare nei ruscelli, saltare con le cascate e scorrere, scorrere fino al mare oppure, talvolta, lasciarsi assorbire dall’aridità delle sabbie, infiltrarsi nelle spaccature, negli anfratti, correre al buio, lontano dalla luce del sole, esprimendo tutta la propria forza, per poi riaffiorare provando stupore dinanzi a quella luminosità abbagliante e calore via via crescente, che alleggerisce nuovamente le gocce fino a sollevarle, un’altra volta vapore, verso il cielo.

Luisa esce per la prima volta da sola con un ultraleggero. Non le capita spesso e ha deciso di prendere la palla al balzo per seguire a ritroso il fiume Po sino alle Alpi, dove nasce. Da qui raggiungerà Cuneo in breve, per la consegna del mezzo, e tornerà con un amico. Si dirige quindi verso occidente lasciandosi Torino sulla destra ed ecco davanti a lei il fiume che, insieme ai suoi affluenti, ha colmato quello che era in passato un golfo molto ampio ed ora è una distesa pianeggiante o appena ondulata. “Granello dopo granello” le viene in mente, o meglio le suggerisce la mente inconscia, quasi a volerle indicare che, un passo dopo l’altro, si possono percorrere lunghi itinerari, si può arrivare lontano. Sono passati mesi, ormai, da quando le è stata diagnosticata la distrofia, e, dopo la lotta iniziale che l’ha sfibrata, ha accettato finalmente quella nuova condizione che mai avrebbe immaginato per il suo futuro. Ha iniziato nuovamente a vivere e a fare progetti: non prova più la brutta sensazione di essere bloccata, di avere al piede una palla di ferro che la trattiene, di essere lei stessa una palla al piede. Ora le si aprono vasti orizzonti, come quello che le si profila davanti in questo momento: la corona delle Alpi, maestose, appena appena digradanti verso sinistra, con il Monviso che si erge tra gli altri rilievi. E’ da quella parte che deve andare. In cuor suo, gettando lo sguardo di tanto in tanto al grande fiume, spera di vederlo meno scuro rispetto al lungo tratto pianeggiante, ma solo dopo Saluzzo, quasi all’improvviso, l’acqua è finalmente chiara.

Luisa ha un moto di piacevole sorpresa quando scorge l’Abbazia di Staffarda, perché ricorda di esserci stata in gita scolastica quando frequentava le medie. L’Abbazia, insieme alla Sacra di San Michele, ai laghi d Avigliana e al capoluogo, Torino, erano mete consuete per le gite di un giorno. A Torino, in particolare, ricorda di aver visitato il Museo Egizio, la Basilica di Superga e il Museo della montagna, ma soprattutto il Parco del Valentino, dove gli alunni potevano muoversi in libertà, avvicinandosi curiosi ai negozi di souvenir, spendere qualche migliaio di lire (sembra preistoria!) per portare a casa un tagliacarte, un piccolo elmo assolutamente inutile anche come portachiavi, una clessidra oppure il consueto segnalibro.

I paesi si susseguono lungo la strada zigzagante che porta al Pian del re: riconosce Paesana per il ponte nuovo (il fiume in piena aveva letteralmente strappato via quello vecchio nel 1945), i due campanili e i due cimiteri testimoni forse dell’antagonismo fra le due borgate nei tempi passati, quando venivano guardati con sospetto, se non addirittura con astio, i giovani che oltrepassavano il fiume ed entravano nei locali oltre ponte per corteggiare le ragazze, oppure si presentavano, rivali ed avversari, alle fiere e alle feste patronali. Questo modo di comportarsi si ripeteva infatti in tutti i paesi abbastanza piccoli da consentire agli autoctoni di tener d’occhio gli “stranieri”.

Paesana è rimasta nel cuore di Luisa fin da quando, ancora bambina, vi trascorse alcune settimane di vacanza “in montagna” per fare passeggiate e respirare aria buona. L’accompagnarono i nonni perché durante l’inverno aveva sofferto di bronchite e l’estate afosa dell’astigiano era stata sconsigliata dal medico di famiglia. Per lo stesso motivo la condussero ogni anno al mare nel mese di giugno. Era stata una bambina fortunata!


 



















Volume 2 Intro


 

 

 

Volume 2

Perché non metterlo qui sul vecchio blog?

Innanzitutto il titolo 

 

 

 

 

 

 

E quello che cercai mattina e sera

tanti e tanti anni in vano, è forse qui...

 

 

 

 

 

 

 

 
Davanti San Guido, G. Carducci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Dedicato alle mie ragazze

(e ai miei ragazzi in caso di lettura postuma)

 










                                                              Radicati come gli alberi

protesi verso il cielo



 

 

Premessa

Questa introduzione vuole esprimere tutto il rispetto per il periodo in cui siamo rimasti segregati nelle nostre case per il Coronavirus, inaspettato e – spero – utile come tutto quello che ci accade: come vivere ogni esperienza è una nostra scelta e mi auguro che alla fine di questo drammatico periodo rivedremo e modificheremo alcune delle nostre opzioni. Da parte mia, ho deciso di non pubblicare questo libricino. Neppure per gioco. In questo modo potrò lasciare più spazio ai ricordi.

Le ragazze del mio racconto hanno tranquillamente ignorato, come tutti, quello che stava succedendo in Cina, abituate ormai dai media a vedere gli abitanti delle città cinesi muoversi sotto una cappa di smog con il volto coperto dalla mascherina. Verso la fine di febbraio, tuttavia, nel cuore di un inverno insolitamente mite, sono stati segnalati i primi casi di Covid-19 nel Lodigiano. Il resto è storia che conosciamo bene.




NOTA: È necessario numerare i capitoletti perché la pubblicazione sul blog rende difficile leggerli in ordine (pure per me!)

lunedì 30 luglio 2018

Marina di Cecina

   Arriviamo  a Marina di Cecina decisi a goderci un po’ di sole, dopo il “diluvio” che abbiamo beccato in quel di Agno: si sa che dormire sul camper sotto la pioggia b
attente è quasi impossibile!
La scelta del camping Le Tamerici non va a buon fine, perché apre il 13 aprile e oggi è soltanto il 12! Optiamo per il campeggio Le Gorette, che prende il nome da alla zona in cui si trova.
Basta attraversare la pineta e ci si trova in spiaggia.